Rimaniamo leggeri, lasciamoci trasportare dal soffio leggero dello Spirito giorno dopo giorno.

Rimaniamo leggeri, lasciamoci trasportare dal soffio leggero dello Spirito giorno dopo giorno.

Nicodemo si presenta a Gesù di notte, nell’ora più buia. La notte è determinante per rinascere e solo cercando la Luce che viene dall’alto possiamo continuare a camminare verso la felicità eterna.

SECONDA DOMENICA DI PASQUA O DELLA DIVINA MISERICORDIA
Commento al Vangelo di Giovanni 20, 19-31
DALL' INCREDULITÀ ,
ALL' ADORAZIONE
Signore Gesù, viandante della vita e fratello di ogni solitudine,
eccoci nel Cenacolo delle nostre esistenze, con le porte serrate.
Le abbiamo chiuse per stanchezza, per paura del mondo o per proteggere il nostro piccolo io.
Ti preghiamo: non restare fuori, varca la soglia della nostra sfiducia e “stai nel mezzo”.
«Venne Gesù, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”» (Gv 20,26)
Ti contempliamo in questo Tuo porti al centro. Tu non occupi un trono, ma il luogo nudo dei nostri legami.Ti ringraziamo perché hai scelto la comunità come segno privilegiato della Tua presenza: pur parlando al cuore di ciascuno, ci attendi nel raduno dei fratelli per confermare la nostra fede. Se Tu stai nel mezzo, Signore, la nostra diversità diventa comunione e la nostra paura si trasforma in coraggio. Sii Tu il baricentro che tiene insieme i nostri frammenti, il senso ultimo di ogni nostro respiro, di ogni nostra fatica, di ogni nostra speranza.
Donaci la Tua Pace. Che non è la pace del mondo, fatta di assenza di conflitti o di fragili tregue.
La Tua Pace è la Shalom dell’uomo nuovo: è la pace che profuma di perdono, di pazienza nel ricominciare e di amore che non si arrende.Ti guardiamo, Signore, perché Tu per primo hai attraversato l’abisso del tradimento, il fiele della calunnia e l’amarezza dell’abbandono. Tu sai cosa significa il peso delle maldicenze , l’umiliazione del rifiuto,il tradimento delle parole.
È la pace che fiorisce dalle Tue piaghe, perché non c’è pace vera che non porti i solchi dei segni del dono di sé .
«Mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore» (Gv 20,20)
Guarda a noi, Signore, quando come Tommaso facciamo fatica a credere sotto il peso delle nostre prove.
Insegnaci che non possiamo incontrarTi da soli: riportaci sempre nel grembo della comunità, dove le ferite diventano sacramento di Comunione e Misericordia .
Riconducici alla concretezza della Tua Carne ferita: insegnaci che nella Tua umanità piagata risplende il Volto del Dio Vivente e che, accogliendo le ferite dei fratelli, incontriamo la Tua Divinità Risorta.
Liberaci dalla pretesa di un Dio senza Croce e portaci al vertice di ogni cammino spirituale: l’Adorazione.
Fa’ che essa sostituisca l’esigenza del toccare, trasformando il bisogno di prove nella libertà della consegna e nell’obbedienza della fede.
Fa’ che davanti a Te ogni nostra parola si spenga per lasciare spazio a quel grido che riconosce in Te l’Assoluto della vita, il senso di tutto ciò che siamo:
«Tommaso gli rispose: “Mio Signore e mio Dio!”» (Gv 20,28)**
Sia questa adorazione il soffio che spalanca le nostre porte.
Alita su di noi, Signore. Soffia la Tua Pentecoste sulle nostre pigrizie.
Toglici il respiro corto delle nostre sicurezze e donaci il respiro largo dello Spirito, perché la Pace ricevuta nella comunione diventi missione, carezza e perdono nella faticosa tessitura quotidiana delle nostre relazioni.
«Alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo. Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”» (Gv 20,21-22)
Signore Gesù, resta nel centro del nostro cenacolo: il cuore della comunità.
Sii la nostra Pace ferita e il nostro unico Dio,
fino a quando la nostra vita non sarà che un riverbero pasquale della Tua Risurrezione.
Amen.

Chi crede a chi ti ha visto risorto
si addentra nella bellezza della vita,
perché si immerge
nella comunione
con te e con l’altro!

Non presero nulla….
Ma è proprio nei fallimenti,
nella debolezza
che il Risorto si rivela:
sono con voi!

Nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati

Se il Vivente cammina con noi e rimane con noi, seguirlo non è questione di fede forzata e fredda, ma è lasciarsi accompagnare da Lui e stare al suo passo!

Maria andò ad annunciare…

Come avrebbero potuto i discepoli rubare il corpo del Signore quando in realtà è Gesù il ladro che ruba i cuori, liberandoli dalle catene e rendendoli ricchi di grazia e di amore!!!

DOMENICA DI PASQUA
RESURREZIONE DEL SIGNORE
COMMENTO AL VANGELO DI GIOVANNI 20 ,1 – 9
IL MATTINO DELLA TENEREZZA
Maria cammina quando è “ancora buio” (v. 1).
È la solitudine di chi si sente spezzato, l’oscurità di un cuore che abita la paralisi del sabato, dove l’amore, rimasto orfano, non ha più parole, ma sa soltanto piangere. Davanti alla pietra tolta, la sua povera ragione trema: “Hanno portato via il Signore” (v. 2). Per lei, quel vuoto è una nuova ferita, un furto che aggiunge stanchezza alla stanchezza. Le sue lacrime sono un velo di dolore che le impedisce di vedere l’aurora della Nuova Creazione. Maria cerca un corpo da proteggere, non sapendo che il suo Signore è già diventato il custode di ogni sua fragilità.
II. La corsa della comunione (vv. 3-4)
Ma ecco il dinamismo che scuote la paura: Pietro e l’Altro Discepolo corrono insieme (v. 4). È l’icona di una piccola comunità che non vuole restare chiusa nel proprio lutto. Giovanni, l’amato, corre più veloce perché il cuore intuisce sempre prima della legge, ma sulla soglia egli compie il miracolo della sosta
(v. 5): arriva e attende. Non scavalca Pietro, non lo umilia con la sua rapidità. È la carità del confine: l’intuizione che si fa piccola per accogliere il passo più lento del fratello. La verità non è mai un trofeo solitario, ma un pane che si riceve solo restando insieme, nel rispetto della debolezza dell’altro.
III. Lo sguardo dell’umiltà
(v. 6)
Entra Simon Pietro e il suo sguardo è un’ispezione di nuda realtà (v. 6). Egli non cerca visioni gloriose, ma sosta sui fatti con l’umiltà di chi ha bisogno di toccare con mano. Guarda in faccia il silenzio del sepolcro senza fuggire verso consolazioni facili. Vede le bende “posate” (v. 6), svuotate e non srotolate. È lo scoglio della realtà: Dio non è un’idea astratta, è una Presenza che ha lasciato tracce concrete e povere nel fango della nostra storia.
IV. Il linguaggio del panno piegato (vv. 7-8)
Allora entra anche l’altro discepolo, “vide e credette” (v. 8). Egli decifra ciò che Pietro ha solo osservato: il linguaggio del Risorto scritto nella stoffa. Quelle bende sono le parole di un corpo che è passato attraverso la sofferenza senza spezzare i legami, rendendo la morte trasparente alla vita. E in quel “sudario” avvolto in un luogo a parte (v. 7), risplende la sovranità di una Pace che riordina il tempo del dolore. Nessun ladro agisce con la minuziosa tenerezza di un Dio che, risvegliandosi, piega con cura il lenzuolo del dolore e trasforma la tomba in una dimora regale. In quella piega ordinata, Giovanni riconosce il gesto del Maestro: la cura infinita per le piccole cose dell’uomo.
V. L’aurora che non finisce (v. 9)
Infine, cade il velo della Scrittura (v. 9).
Il “doveva” della Croce non è più un destino amaro, ma l’unica via dell’Amore per farsi Eterno. Non c’è più spazio per il lutto, non c’è più buio che non sia visitato dalla Luce. Sostiamo qui, tra il testo e il cuore, dove il guardare diventa finalmente un credere.
Cristo è la Risurrezione la Vita ,è l’abbraccio che vince ogni morte.
