DOMENICA DI PASQUA
RESURREZIONE DEL SIGNORE
COMMENTO AL VANGELO DI GIOVANNI 20 ,1 – 9
IL MATTINO DELLA TENEREZZA
Maria cammina quando è “ancora buio” (v. 1).
È la solitudine di chi si sente spezzato, l’oscurità di un cuore che abita la paralisi del sabato, dove l’amore, rimasto orfano, non ha più parole, ma sa soltanto piangere. Davanti alla pietra tolta, la sua povera ragione trema: “Hanno portato via il Signore” (v. 2). Per lei, quel vuoto è una nuova ferita, un furto che aggiunge stanchezza alla stanchezza. Le sue lacrime sono un velo di dolore che le impedisce di vedere l’aurora della Nuova Creazione. Maria cerca un corpo da proteggere, non sapendo che il suo Signore è già diventato il custode di ogni sua fragilità.
II. La corsa della comunione (vv. 3-4)
Ma ecco il dinamismo che scuote la paura: Pietro e l’Altro Discepolo corrono insieme (v. 4). È l’icona di una piccola comunità che non vuole restare chiusa nel proprio lutto. Giovanni, l’amato, corre più veloce perché il cuore intuisce sempre prima della legge, ma sulla soglia egli compie il miracolo della sosta
(v. 5): arriva e attende. Non scavalca Pietro, non lo umilia con la sua rapidità. È la carità del confine: l’intuizione che si fa piccola per accogliere il passo più lento del fratello. La verità non è mai un trofeo solitario, ma un pane che si riceve solo restando insieme, nel rispetto della debolezza dell’altro.
III. Lo sguardo dell’umiltà
(v. 6)
Entra Simon Pietro e il suo sguardo è un’ispezione di nuda realtà (v. 6). Egli non cerca visioni gloriose, ma sosta sui fatti con l’umiltà di chi ha bisogno di toccare con mano. Guarda in faccia il silenzio del sepolcro senza fuggire verso consolazioni facili. Vede le bende “posate” (v. 6), svuotate e non srotolate. È lo scoglio della realtà: Dio non è un’idea astratta, è una Presenza che ha lasciato tracce concrete e povere nel fango della nostra storia.
IV. Il linguaggio del panno piegato (vv. 7-8)
Allora entra anche l’altro discepolo, “vide e credette” (v. 8). Egli decifra ciò che Pietro ha solo osservato: il linguaggio del Risorto scritto nella stoffa. Quelle bende sono le parole di un corpo che è passato attraverso la sofferenza senza spezzare i legami, rendendo la morte trasparente alla vita. E in quel “sudario” avvolto in un luogo a parte (v. 7), risplende la sovranità di una Pace che riordina il tempo del dolore. Nessun ladro agisce con la minuziosa tenerezza di un Dio che, risvegliandosi, piega con cura il lenzuolo del dolore e trasforma la tomba in una dimora regale. In quella piega ordinata, Giovanni riconosce il gesto del Maestro: la cura infinita per le piccole cose dell’uomo.
V. L’aurora che non finisce (v. 9)
Infine, cade il velo della Scrittura (v. 9).
Il “doveva” della Croce non è più un destino amaro, ma l’unica via dell’Amore per farsi Eterno. Non c’è più spazio per il lutto, non c’è più buio che non sia visitato dalla Luce. Sostiamo qui, tra il testo e il cuore, dove il guardare diventa finalmente un credere.
Cristo è la Risurrezione la Vita ,è l’abbraccio che vince ogni morte.
