TEMPO DI QUARESIMA QUINTA DOMENICA
COMMENTO AL VANGELO DI GIOVANNI 11, 1-45
ALBA DI RISURREZIONE
Oltre il fallimento, verso la libertà dei figli
Signore Gesù,
veniamo a Te sostando in quel luogo di confine che è Betania (v. 1). Ti portiamo il realismo delle nostre esistenze, segnate non solo dal limite della carne, ma dalla fatica delle nostre relazioni spezzate.
Signore, abita il fallimento dei nostri legami
Ti preghiamo per quel senso di “troppo tardi” che spesso ferisce i nostri rapporti. Come Marta e Maria, anche noi sentiamo il peso del rimpianto e del rimprovero: “Se tu fossi stato qui…” (vv. 21.32).
Perdonaci, Signore, quando il dolore diventa l’occasione per rinfacciarci le assenze, quando la sofferenza non ci unisce ma ci isola nel sospetto. Davanti al sepolcro di Lazzaro vediamo il limite della nostra capacità di amarci: le sorelle sono divise nel lutto, i discepoli smarriti nell’incredulità (v. 16), la folla osserva con spirito critico (v. 37).
Guarisci le rotture della nostra comunione. Passa attraverso i nostri “non detto”, le nostre amarezze accumulate, e donaci di compiere l’esodo dalla recriminazione alla confessione di fede: “Sì, Signore, io credo” (v. 27).
Signore, accogli il fremito della nostra fragilità
Ti contempliamo turbato nello spirito e scosso da un fremito interiore (v. 33). Tu non resti distante dinanzi alla nostra angoscia, ma Ti lasci ferire dalle nostre lacrime (v. 35).
Insegnaci il coraggio di esporre a Te ciò che in noi è segnato dal decadimento e dall’odore della corruzione (v. 39). Tu non provi repulsione per la nostra miseria umana e spirituale; Tu fremi d’ira contro tutto ciò che degrada la Tua immagine in noi e contro la morte che spezza i fili della nostra unità.
Insegnaci a non nascondere le tombe dell’orgoglio, a non mascherare le nostre ferite, ma a lasciarle abitare dal realismo della Tua Grazia: presenza che fa nuovo il nostro cuore.
Signore, chiamaci all’esodo della libertà riconciliata
Il Tuo grido “Lazzaro, vieni fuori!” (v. 43) è l’irruzione della Grazia che frantuma il fine ultimo già stabilito dalla morte.
Eppure vediamo Lazzaro uscire ancora avvolto, prigioniero dei sudari, impedito dalle bende (v. 44): ci ricordi che la libertà non è un rito magico, ma un faticoso processo di liberazione.
Chiamaci per nome fuori dalle stanze chiuse del nostro orgoglio. Guidaci nel passaggio dalla schiavitù del nostro Egitto interiore — fatto di memorie che tengono in ostaggio il cuore — alla terra promessa di relazioni rinnovate.
Donaci la pazienza di accettare il servizio dei fratelli: “Scioglietelo e lasciatelo andare” (v. 44). Fa’ che le nostre comunità siano laboratori pasquali dove ci si aiuta reciprocamente a recidere i legami del rancore, le bende della menzogna e i sudari del pregiudizio ,del rifiuto, dello scarto. Trasforma la nostra libertà ferita in una capacità nuova di camminare speditamente verso l’altro e verso di Te.
Signore, donaci lo sguardo della Pasqua
Noi sappiamo che il segno di Betania è la Tua firma sulla croce: Tu accetti l’isolamento e la morte perché noi abbiamo la Vita (v. 53).
Ma donaci, Signore, di non fermarci alla soglia di una tomba riaperta per un uomo che dovrà morire ancora. Porta il nostro sguardo al Mattino della Risurrezione dove la pietra non è semplicemente rimossa, ma è ribaltata per sempre dalla potenza dello sguardo Pasquale del Padre.
È lo sguardo del Padre che Ti risveglia dalla morte e in Te risveglia noi, strappandoci al gelo delle bende lasciate a terra. In quel Volto di Risorto, noi riceviamo il realismo della Grazia definitiva: la certezza che nessuna relazione è perduta, nessuna distanza è incolmabile e l’ultima parola sulla nostra storia non è il distacco, ma la comunione eterna: “Chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno” (v. 26).
Amen!
